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“I giovani talenti italiani non hanno di fatto spazio nelle radio” Enzo Mazza

Chiariamo innanzitutto chi è Enzo Mazza. CEO della FIMI, la Federazione che si occupa di tutelare e promuovere le attività connesse all’industria discografica italiana, Enzo Mazza è un personaggio chiave nel mondo della musica del bel paese; lo si scopre come Segretario Generale di FPM, la Federazione contro la Pirateria Musicale, oggi è a capo della FIMI ed è Presidente di SCF Consorzio Fonografici.

Ora contestualizziamo la sua dichiarazione relativa ai giovani talenti italiani. La dichiarazione è datata lunedì 8 febbraio 2016. L’indomani inizia il Festival di Sanremo 2016. Non stiamo a chiederci se questo Festival ancora rappresenti la vera scena della musica italiana, senz’altro no, ma senza dubbio Enzo Mazza ha approfittato della visibilità musicale garantita dai media in questa settimana d’altri tempi.

Negli ultimi anni è stato ottenuto un importante risultato, il tax credit per le opere prime e seconde di artisti italiani, che prevede una disposizione del credito d’imposta per la promozione della musica di nuovi talenti (leggi tutte le info relative al tax credit qui), ma c’è il concreto rischio che questa misura di incentivazioni serva a poco perché gli spazi nelle radio per gli artisti emergenti non esistono.

Ora che abbiamo chiare le idee, raccontiamo in cosa consiste la proposta di Enzo Mazza. Pare che sia venuta l’ora di imporre alle radio delle misure di tutela per gli artisti emergenti italiani. Mazza chiede la ministro Franceschini di mettere in cantiere le “quote radiofoniche” obbligatorie per le opere prime e seconde (così come avviene per il cinema per cui nel recente provvedimento addirittura sono previste sanzioni per i broadcaster che non programmano film italiani). La proposta concretamente chiede il 20% della programmazione radiofonica alle  opere prime e seconde di artisti italiani. Senza dubbio questo stravolgerebbe completamente una line up radio ad oggi molto orientata verso UK e US.

In Francia questo provvedimento è già legge e sta riscontrando ottimi risultati di rilancio dell’economia musicale nazionale (il decreto francese prevede l’obbligo di un’ampia quota di programmazione ai brani proprio francofoni, non basta che la produzione sia francese).

Difficile farsi un’idea, senza dubbio la musica non ha confine e costringere programmatori radiofonici a sottostare a quote fisse è stringente, ma garantire passaggi alle produzioni italiane (indipendente e mainstream, prime, seconde, terze opere che siano e senza limiti di lingua così da favorire anche gli artisti e le radio che trattano genere elettronico tendenzialmente strumentale o anglofono) potrebbe essere un incentivo promozionale dall’alto valore per tutelare patrimonio e proposta culturale. Pensiamoci…

Giorgia Mortara (Sounday Music)